Amore e dintorni

6 anni

Già, 6 lunghi anni. Sono tanti 6, no? Il tempo vola che neanche te ne accorgi. Ho quasi 24 anni adesso. Allora ne stavo per fare 18, gioiosa e scalpitante, con la voglia di sentirmi grande.

Era una mattina come tante, tra i banchi di scuola. L’inizio del quarto anno. Ricordo ancora che avevamo tedesco, a quell’ora.

L’ora in cui mi è arrivato il messaggio più crudo e duro che io abbia mai ricevuto.

Vedo il mittente e sbuffo, è ragazzo che non ho mai sopportato e mi chieda cosa possa mai volere da me.

“Roberto è morto, ha fatto un incidente in moto”

Mi manca il fiato. La testa gira. Non capisco. Quell’informazione è più di quanto il mio cervello possa registrare. Non riesco a parlare, ho la gola bloccata e il panico mi attanaglia. Con mano malferma lo scrivo alla mia compagna di banco, sul libro. Lei sbianca, non parla.

Rispondo a quel messaggio chiedendo il cognome, ché non può certo essere chi penso io. È quando vedo il cognome del mio migliore amico che non capisco davvero più niente. A Lisa, accanto a me, scappa un singhiozzo. La classe ci guarda, io corro in bagno. Le gambe mi tradiscono, mi ritrovo a terra. Chiamo quello che allora era in mio ragazzo, che non mi risponde. “Se questo è uno scherzo la farò pagare cara a tutti” è l’unico pensiero di senso compiuto che riesco a fare. Chiamo mia mamma, che ci mette un po’ a rispondere. E lì scopro che tutti lo sanno, che non ero stata avvertita perché potessi mantenere la serenità per qualche insignificante ora in più. E invece un coglione mi ha mandato un messaggio. E io lo odio perché non so che altro fare.

Da lì in poi, da quella conferma che mia madre aveva paura di darmi, i ricordi si confondono e accavallano. Lisa in bagno con me che parla ma io non sento, la prof che si affaccia, mia mamma che viene a prendermi. Io di fronte all’entrata dell’ospedale, abbracciata da persone senza volto, aspettando una notizia, un informazione in più, una smentita ché la questione non può essere così grave. Niente di tutto questo arriverà.

In macchina col mio ragazzo, mal di stomaco, sudo. Il luogo dell’incidente, sua mamma distrutta, una sua scarpa sull’asfalto. Una ragazza viene da me e mi da un pezzetto della carena della Ninja che conoscevo così bene. La moto in frantumi sul carrattrezzi, le dinamiche dell’incidente.

Sono a casa, piango. Finisco le lacrime. Singhiozzo. Il petto brucia. Le facce preoccupate dei miei, un bicchiere d’acqua e dei tranquillanti.

Andare alla camera mortuaria è stata la conferma della fine. La fine della sua vita, della nostra vita insieme. Lo vedo lì immobile, qualcuno mi aiuta a raggiungerlo, qualcuno si fa da parte per farmi spazio. Sfioro quei lineamenti e gli prendo la mano. È così fredda ma è la sua. E gli parlo, gli parlo tantissimo e non smetto di toccare quella mano, ché ho una paura matta di dimenticarmela quando il tempo sarà passato. E glielo dico e canto e gli spiego e gli sussurro.

Ci sono così tante persone intorno a noi.. A me non interessa, a te?

Poi però mi portano via. Lasciatemi stare, voglio stare con lui. Mi dimeno. Voglio starci finché posso, ho ancora un sacco di cose da dirgli. 

Casa. Il mio ragazzo cerca di farmi parlare, la mia voce sembra essere svanita. È un sussurro, niente di più. Cerco di tirarla fuori, niente da fare. I miei si preoccupano, bicchiere d’acqua e giù altri tranquillanti. Non voglio dormire, voglio tornare da lui. Ma non mi è permesso.

Il giorno dopo la messa, la marcia funebre fino al cimitero. Non piango più, non ho più lacrime. Non parlo più, non ho più voce. 

Finché non chiudono la sua bara nel loculo con l’ultimo mattone. Urlo, con tutto il fiato che ho nei polmoni. Piango e cado a terra, di nuovo. Non posso sopportare altro.

Non festeggerò i miei 18 anni. Rischierò di perdere l’anno scolastico. La depressione sarà con me a lungo e non riuscirò a parlare di lui per molto, molto tempo.

È una ferita che non si potrà mai rimarginare semplicemente perché le cose non potranno mai tornare com’erano.

E gli occhi mi si riempiono ancora di lacrime e la rabbia mi prende, forte e viva, quando vedo i bambini di sua sorella. Perché non potranno mai conoscerlo, conoscere la persona stupenda che era, perché le ingiustizie ai danni dei bambini non si possono sopportare e questa è la madre delle ingiustizie. Perché sarebbe stato uno zio fantastico.

Mi manchi Roby.

6 anni non sono poi così tanti.
S.

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