Amore e dintorni

Amore e Sfiga 2.0 (Perché non c’è Mai Fine al Peggio. O quasi)

Un giorno di festa è necessario, riposante. Due giorni di festa fanno piacere e ti ricaricano le batterie. Quando ne hai tre, il tuo corpo pensa “yeah, siamo in vacanza!”, riducendo al minimo il consumo energetico, abbassando le difese psicofisiche e adottando visceralmente un mood relax.
Di conseguenza, già mettere la sveglia alle 9.45 la mattina dopo è una violenza.

Ho il sonno molto leggero, io. Sento la coperta scivolarmi via di dosso, miseria che freddo! Me ne rimpossesso in fretta. Ma che ore sono? Le 7 e qualcosa. Uh, partiamo già male. Ma lui lo fa ancora e ancora, inconsciamente, mentre a me oltre che i piedi iniziano già a scoprirsi anche i nervi. Verso le 8.30 inizia con un regolare e urticante “MMH MMH MMH”. Amore mio, ti prego, basta. Quando mi decido a dargli uno scossone, smette da solo ma mi ruba di nuovo la coperta. Medito silenziosamente l’omicidio.
E questo è stato solo l’inizio della mia giornata di ieri. Quando si dice, il buon giorno si vede dal mattino
Poi c’è stata la pioggia che ha cominciato a cadere proprio mentre a piedi mi dirigevo alla metro. E la tanto breve quanto irritante aulica discussione a proposito dei cucchiaini da caffè contesi tra me e lo staff che sia occupa delle colazioni all’hotel (diatriba che va avanti praticamente da sempre). E il mio primo cliente della giornata se n’è andato senza pagare. E la noia infinita che mi ha fagocitato durante il pomeriggio, sostituita improvvisamente e inaspettatamente da una moltitudine di persone, tanto da avere il mio piccolo spazio vitale dietro il bancone pieno di bottiglie vuote, da non saper dove mettere i piedi e niente più bicchieri puliti, sottobicchieri, noccioline, ghiaccio, pazienza. E clienti che vogliono quello che non c’è. E altri che continuano a chiedere cocktail con ghiaccio tritato, anche dopo aver visto e sopportato la piccola arcaica rumorosissima macchinetta manuale di cui dispongo per poterlo creare. È un attrezzo a manovella. Mi sentivano tritare fin dalla reception. Non dico altro. E poi versi un bicchiere di vino, vai nella hall dove il cliente aveva detto che si sarebbe seduto e scopri che se n’è andato; resti lì un paio di secondi, come un idiota con un bicchiere che nessuno berrà sul tuo vassoio, interdetta. Poi mentalmente lanci maledizioni. A seguire c’è stata la mia corta e agognata pausa (in ritardo rispetto al dovuto, ovvio), che mi ha lasciata ancora con la fame. Molto bene. Inutile dire che avevo il morale sotto i piedi, no? In più, mia madre su whatsapp mi scriveva “Dai, sii felice! Canticchia qualcosa e vedrai che ti passa! Anche se ci sono dei clienti al bar, che vuoi che sia! Vi fate due risate!”. Certo mamma. Magari la prossima volta, eh?
Sorvolando poi sui bevitori dell’ultimo minuto, che non volevano abbandonare il bar nonostante fosse mezzanotte e io dovessi chiudere il bar, mi rasserenavo nell’ingenua convinzione che una volta uscita da qui sarebbe tutto finito. Cercando di non pensare al fatto che l’indomani il mio destino sarebbe stato esattamente il medesimo.
Che ve lo dico a fare che mi sbagliavo?! Esco dall’hotel, raggiungo la stazione della metro per scoprire che non funziona. Ditemi che sono su “Scherzi a Parte”. Dopo 12 ore abbondanti di lavoro e con altre 12 ad aspettarmi in meno di 12 ore (aaaahrg!), di camminare 15 minuti a passo svelto per raggiungere un’altra stanzione non me la sento. Che, visto l’andazzo, credo ci siano alte probabilità di trovarla inspiegabilmente chiusa o incendiata o di non trovarla proprio. Chiamo un Uber. “La tariffa è più alta di un x%, accetta l’incremento?” Si, dannazione, lo accetto!
Arrivo a casa e M non c’è, è a festeggiare il compleanno del suo migliore amico e dormirà lì. La cosa non mi disturba, ma dopo una giornata del genere avrei voluto averlo accanto. Così, infreddolita, mi infilo a letto con maglietta e calzini. Faccio per mettere la sveglia e noto la batteria al 25%. Durerà fino a domattina? Ma si dai. E se non dura? Poi non mi suona la sveglia. No, non posso rischiare, meglio caricarlo e dormire tranquilla. Abbandono le coperte e inizio a scendere i due piani di scale che mi separano dalla mia borsa, quando ho un flash. Merda, spero di sbagliarmi. E invece no, il presentimento era giusto: il carica batterie è rimasto a lavoro. Risalgo sconfitta, rassegnata a dormire impanicata per paura che la sveglia non suoni. Così manco mi riposo per bene, porcaccia la miseria ladra. È proprio vero che “non è finita finché non è finita”, eh? La sfiga me la sono portata addirittura a letto, incredibile.
Apro gli occhi alle 3, guardo il telefono: 17%. Bene, significa che dovrebbe farcela. Dopo un’ora circa sento dei rumori: alzo la testa dal cuscino e lo vedo entrare. Sento la sfortuna abbandonarmi, rimpiazzata da sollievo e gratitudine. Mi si avvicina, mi bacia dolcemente, sento l’alcol e il suo calore. Mi passa il suo carica batterie e poco dopo è sotto le coperte con me. “Me la sono fatta a piedi fino a casa. Hai avuto una brutta giornata, volevo coccolarti un po’”. Mi aiuta a sfilarmi i calzini e mi abbraccia, crollando immediatamente in un sonno profondo. E posso dormire anch’io, adesso. Posso riposare. Adesso io so che è finita.

S.

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