Barcelona

Ottobre 2016, Barcelona – Back to School

Mi guardavo intorno, svogliata e un po’ inacidita.
Mi aspettavo le classiche presentazioni alla classe che fai da bambino, quando tutti gli occhi sono su di te e diventi rosso e ti impappini stropicciandoti le manine. Mi aspettavo file di banchi ed ero già indecisa sul posto da prendere, scocciata all’idea di avere qualcuno accanto oltre al mio ragazzo.
La porta della classe si è aperta e ho visto una stanza piccola, con quelle sedie che hanno la tavoletta di legno pieghevole su cui scrivere; erano tutte addossate alle pareti, a formare un cerchio, il centro dell’aula era vuoto.
“Ancora peggio, così ti vedranno tutti bene”, ho pensato.
Abbiamo preso posto e nel giro di pochi minuti già si distinguevano i “gruppetti”, la mia acidità aumentava così come la mia insofferenza. Giovani ragazzine urlanti che ridono sguaiate senza un’apparente logica, quando mai le ho sopportate?

ihelj

Ho sbuffato, lui mi ha sorriso.
“Non sarà poi così male, vedrai”, ha detto.
Altro sbuffo, occhi al cielo.

La verità è che non mi piace fare errori davanti agli altri. Non mi piace sbagliare, essere corretta, incassare il colpo e ripartire da lì. Non mi è mai piaciuto. Odiavo quando, a scuola, ti interrogavano seduta al tuo posto; preferivo di gran lunga andare alla cattedra e rivolgermi direttamente alla prof (o alla maestra.. Si, ero così già in tenera età), modulando la voce in modo da illudermi che nessun altro sentisse, che non fossi al centro dell’attenzione. Ed è anche e soprattutto grazie a questa mia repulsione verso gli errori che sono sempre stata tra le migliori della classe: un’ottima memoria e il bisogno quasi fisico di essere “tra i primi” mi hanno permesso di avere un percorso scolastico di cui mia madre va fiera, e anche io.
Non voglio sembrare altezzosa, non credo né pretendo di fare tutto bene e al primo colpo, semplicemente mi piace essere sicura di me. Se so come fare un qualcosa e so di farlo bene, con un pubblico o no non mi importa, vado dritta verso il mio obiettivo e lo porto a termine. Ma se ho dubbi o incertezze, preferisco non fare niente. Salto il turno. Adios!!
Si, odio commettere errori e si, questo atteggiamento è completamente sbagliato sotto una miriade di punti di vista (“Perché sbagliando si impara” e gnegnegne, si, lo sappiamo tutti). E’ per questo che, per fare un esempio recente, quando sono arrivata a Parigi (metà settembre 2015) parlavo inglese con chiunque. Qualche frasina l’avrei anche saputa dire, ma non con il giusto accento e magari con qualche imprecisione, allora me la tenevo per me, e ascoltavo. Tutti mi parlavano mi francese e io rispondevo in inglese, e ascoltavo. Assimilavo. Solo M assisteva ai miei tentativi un po’ impacciati, al mio arrossire e innervosirmi, solo lui poteva vedere le mie fragilità e sostenermi, correggermi, incoraggiarmi e godersi i miei primi passi in quell’universo sfaccettato e bellissimo che è una nuova lingua. Quando poi, grazie anche alla spinta data dal lavoro, mi sono sentita più sicura di me, ho iniziato a parlare in francese con chiunque e non ho smesso più. Era metà novembre o poco più. Inutile dirvi che i genitori e gli amici di M erano praticamente scioccati, si chiedevano quale passaggio della storia si fossero persi.
n ogni caso, il mio è un atteggiamento controproducente e ci sto lavorando sù, giuro. Sul serio!!

Ecco quindi la ragione (oltre al sonno, ndr) per la quale tornare a scuola non è che mi andasse proprio a genio in fondo in fondo, nonostante la voglia di apprendere fosse tantissima.
Credo sia però doveroso sottolineare che M, con quella sua frase di rassicurazione, aveva ragione.
Non c’è stata nessuna presentazione imbarazzante, la lezione fluida e dinamica al 99% in spagnolo mi ha permesso di rendermi conto che capisco più di quanto pensassi e che, nonostante gli svariati anni di assenza dai banchi, la mia mente è ancora reattiva e rapida. Anche la mia cara amica Memoria si è fatta viva, con indosso un bel vestito, stupendomi con cose che non sapevo di conoscere, o che semplicemente non ricordavo perché non la stimolo più come un tempo.
Dopo 10 giorni di lezione devo dire che sono a mio agio, andare al corso non mi pesa e anzi, se potessimo fare qualche ora in più senza pagare uno sproposito lo accetterei volentieri. Anche la poca lezione che ci danno da fare a casa la porto a termine senza storie, mentre M dimostra regolarmente la sua riluttanza e lo ha detto pure all’insegnante (con eleganza, ovviamente). Imparare mi si addice e mi piace, soprattutto se si tratta di qualcosa che mi interessa davvero sia per soddisfazione personale e cultura sia per pura necessità.
Comunque le ragazzine sghignazzanti non le sopporto neanche ora, eh. Siamo circa 16 in classe, fosse per me resteremmo in 5. 6, dai. Perché mi sento buona.
Ah, e di errori ne faccio pochi, molto pochi 😛

zxe2n

S.

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